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Farmacisti-grossisti, dal Tar Lazio sentenza che farà discutere.

Il parere con cui, nell’ottobre 2015, il ministero della Salute aveva ricordato che distribuzione all’ingrosso e vendita dei medicinali sono due attività da tenere «assolutamente separate tra loro, anche se svolte dalla medesima persona» non ha «alcuna consistenza provvedimentale» né «efficacia vincolante o prescrittiva». E’ quanto si legge nella sentenza del Tar Lazio che ha dichiarato inammissibile il ricorso di alcuni titolari campani contro la nota ministeriale. Pubblicato venerdì scorso, il provvedimento dei giudici amministrativi boccia in sintesi l’impugnativa dei farmacisti perché l’intervento, come riconosciuto dallo stesso dicastero, non è altro che «un parere non vincolante né obbligatorio», quindi senza effetti «immediatamente lesivi» nei confronti dei ricorrenti.

Accolta tale lettura, il Tar non risparmia tuttavia alla nota ministeriale una severa lettura critica. Come si ricorderà, il parere nasceva da un quesito dell’Asl di Mantova sul caso di una società che acquistava da altri grossisti con la propria farmacia e poi, tramite ddt interno, girava i medicinali al distributore della stessa società. La conclusione cui giungeva il Ministero è che le norme vietano soluzioni di tale genere, perché in nessun caso «il deposito può approvvigionarsi di medicinali dalla farmacia e l’unico movimento previsto dalla farmacia al grossista è la restituzione, che avviene a fronte di errori di fornitura o rientri dal cliente». Di avviso diverso invece il Tar laziale, secondo il quale il parere «in palese contrasto col quadro normativo vigente». Nell’ordinamento, scrivono i giudici, «non si rinviene una norma che impedisca al medesimo farmacista passaggi “interni”, tracciati tramite ddt, dal magazzino della farmacia al magazzino del grossista, entrambi gestiti dallo stesso professionista». Il dicastero aveva legato le proprie conclusioni all’esigenza di mantenere la tracciabilità dei flussi ma, scrivono ancora i giudici, «a ben guardare esso è sempre stato e rimane nella disponibilità risolutiva della stessa amministrazione pubblica, che da subito avrebbe potuto predisporre accorgimenti operativi volti a garantire la trasparenza di tutti i passaggi che la legge consente». Stesso discorso rispetto all’esigenza di prevenire fenomeni di carenza e indisponibilità di farmaci: «in capo al farmacista» ricorda il Tar «permane comunque tutto il complesso di obblighi volto a garantire la disponibilità immediata e completa dei farmaci autorizzati in Italia».

Se sul ddt le considerazioni del Ministero vengono bocciate dai giudizi laziali, su altri passaggi il Tribunale si schiera invece a favore. In particolare, la corte accoglie «la ricostruzione del quadro normativo generale» operata dal dicastero, che il Tar riassume in quattro punti:

  1. «I medicinali acquistati dalla farmacia, utilizzando il codice univoco della farmacia, debbono essere conservati nei magazzini annessi alla farmacia, quali risultano dall’autorizzazione all’esercizio di farmacia, e non possono che essere venduti al pubblico, in quanto destinati all’esercizio di farmacia».
  2. «La farmacia in quanto tale è deputata all’erogazione dell’assistenza farmaceutica e non può svolgere attività di distribuzione all’ingrosso di medicinali, anche se il suo titolare possiede l’autorizzazione all’esercizio di detta attività».
  3. «Il passaggio di medicinali dal distributore al titolare di farmacia, ancorché le due figure coincidano in un’unica persona, deve risultare formalmente attraverso l’uso dei distinti codici identificativi che tracciano il cambiamento del titolo di possesso».
  4. «Detti medicinali anche fisicamente debbono confluire nel magazzino della farmacia e non possono, una volta avvenuto il passaggio dal distributore al farmacista, rimanere nei magazzini del distributore, ma debbono essere conservati nel magazzino annesso alla farmacia acquirente, che deve venderli solo ed esclusivamente al pubblico e non ad altro distributore e/o farmacia».

L’impressione, in sostanza, è che il Tar sembri condividere l’impostazione secondo la quale le attività di distribuzione e vendita debbano comunque restare nettamente distinte anche quando fanno capo alla stessa persona. In particolare, i magazzini devono restare distinti e lo stoccaggio dei medicinali deve rispettare le cessioni di merce: ciò che è della farmacia deve essere conservato nel magazzino della farmacia e quello che è del distributore deve stare nei suoi locali. Proprio gli stesi principi dai quali prende le mosse il protocollo sulle carenze firmato questo settembre all’Aifa da filiera e istituzioni, che dunque la sentenza laziale non parrebbe mettere in discussione. E infatti, contro questa intesa l’Associazione nazionale dei “farmacisti-grossisti” (Anfg) avrebbe già presentato un ricorso a parte.

 

Fonte: Federfarma.it

2 Comments

  1. Grazia Iacoviello

    Gentile dottore Sminieri,
    l’articolo risponde perfettamente ad un dubbio che ho attualmente.
    Sono in trattativa per l’acquisto delle quote di una farmacia che, oltre all’assistenza farmaceutica, vende farmaci a grossisti. Questo esercizio pesa in maniera rilevante sul fatturato annuo (circa 40%).
    A mio avviso il valore della suddetta farmacia andrebbe considerato al netto della vendita all’ingrosso in quanto, come afferma del resto il TAR Lazio, va considerato come un’attività distinta e separata da quella propria della farmacia (assistenza farmaceutica ai cittadini) seppur effettuata dalla stessa società.
    In attesa di un suo parere in merito le invio cordiali saluti e la ringrazio in anticipo

    1. Lorenzo Smerieri

      Gent.ma Dott.ssa Iacoviello,
      relativamente all’ordinanza del TAR Lazio citata nell’articolo in questione, un successivo parere dello stesso TAR Lazio (Ordinanza 893 del 24 febbraio 2016), rinnova il precedente orientamento affermando che è lecita la doppia attività farmacista e grossista in capo al medesimo soggetto giuridico.

      Tale parere, che si riferisce ad un aspetto meramente giuridico/amministrativo, dev’essere ben distinto da ogni tema valutativo dell’ipotizzata acquisizione della sede farmaceutica. Gli elementi che, come nel Suo caso, saranno determinanti ai fini della valutazione del valore delle quote in oggetto, devono contemplare molteplici aspetti riferiti principalmente a:
      – valutazione patrimoniale;
      – indici di redditività;
      – fattori di continuità;
      – certezza dei ricavi;
      – valutazione del contesto territoriale;

      In termini generali, l’attività di commercio all’ingrosso del farmaco, non trova quasi mai valori positivi di valutazione in quanto i ricavi derivanti dalle vendite all’ingrosso, sia verso grossisti di farmaco (c.d. “grey”), sia destinate all’export, derivano da rapporti e attività strettamente riconducibili al cedente. Inoltre, la sempre più esigua marginalità, tipica di detta attività, non giustifica la corresponsione di un determinato prezzo e/o investimenti destinati alla stessa.

      Concludendo, l’attività in questione, normata dall’art. 100 del Dlgs 219/2006, non è quasi mai considerabile come asset al quale attribuire un determinato valore di cessione e, conseguentemente, non può influire sulla determinazione del prezzo. Ovviamente, ogni realtà dev’essere valutata secondo le specifiche caratteristiche alla stessa univocamente riconducibili. A tal fine, siamo a Sua disposizione per assisterLa in qualsivoglia trattativa.

      Cordiali saluti.
      Lorenzo Smerieri

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